Porto Badisco e la Grotta dei Cervi

Porto Badisco e la Grotta dei Cervi

Se ne parla ancora troppo poco, eppure c’è una zona della costa adriatica che cela segreti antichissimi, vecchie testimonianze che vorrebbero riaffiorare per raccontarci le vicende dei nostri predecessori.
Si tratta di scene di vita sulle quali il tempo ha steso il manto dell’oblio senza, tuttavia, riuscire a spegnere la luce di cui brillano quelle primissime forme d’arte che hanno resistito al susseguirsi dei secoli e ai cambiamenti ambientali.

 

La Grotta dei Cervi

 

A soli 8 km da Otranto e 15 km da Castro, la località di Porto Badisco ammalia lo sguardo con i suoi paesaggi selvaggi e mozzafiato, dove il vento soffia forte e le insenature accolgono le onde che si fanno schiuma bianca.
E proprio qui, tra le pietre dure da calpestare, si apre la Grotta dei Cervi, dove è custodito un complesso artistico risalente al Neolitico che, fino ad ora, si è rivelato il più importante di tutta Europa.

 

Il 1 febbraio del 1970 fu scoperta una delle meraviglie della preistoria del Salento.
Fonte: Pagina Facebook Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto

 

La grotta fu scoperta quasi per caso il 1° febbraio 1970, da uno dei cinque componenti del Gruppo Speleologico Salentino di Maglie che, spinto da necessità fisiologiche si era allontanato di alcuni passi e, tra la vegetazione e le rocce, sentì all’improvviso una corrente calda provenire dal basso, che lo lasciò pensieroso.
Lui e gli altri quattro uomini iniziarono a scavare e scavare sotto le rocce finché, d’un tratto, ne venne fuori una vipera.

 

“Se è uscita la vipera, avete trovato il tesoro”

 

Al confine tra leggenda e realtà, la tradizione vuole che da lì, in quel momento, stesse passando una vecchietta che disse loro: “Se è uscita la vipera, avete trovato il tesoro”.
Infatti, un autentico tesoro li attendeva.

Gli uomini scavarono per circa venti metri sottoterra e videro uno spettacolo senza precedenti: davanti a loro, nascosta in una grotta, si apriva quella che poi sarebbe stata chiamata “la Cappella Sistina del Neolitico Europeo”.

 

Tremila pittogrammi

 

Un soprannome per nulla casuale se si pensa che l’interno della cavità, tra i corridoi e le nicchie, custodisce ancora oggi ben tremila pittogrammi, tutti di misure differenti, realizzati con ocra rossa e guano di pipistrello: tra queste, sono ricorrenti le immagini di cervi, da cui deriva il nome della grotta.

Si rincorrono, sulle pareti, scene di vita e di morte, il sole, i momenti di caccia, i bambini, gli animali e le divinità.
A queste ultime, distanti e irraggiungibili, s’innalzano dai muri rocciosi antiche suppliche.
Le mani rudi dell’uomo neolitico, solcate dal lavoro e dall’aria aperta, avevano dato vita alle prime forme d’arte, seguendo l’istinto primordiale e selvaggio di esprimersi in un modo che potesse superare il tempo e le sue ere, per parlare ai successori attraverso le immagini.
Il pittogramma più piccolo contava soltanto pochi centimetri d’altezza, mentre i più grandi circa ottanta: diorami ancora visibili per i fortunati ricercatori che possono, oggi, accedere alla grotta.
La figura di una donna con una coda di pesce al posto dei piedi emerge e si diversifica tra le tante, ma anche quella di una sagoma umana, quasi asessuata, con un grande becco: immagini che fanno pensare più a delle divinità da venerare, che a semplici uomini o donne.

 

Lo sciamano

 

Ma il pittogramma più noto è, indubbiamente, quello dello sciamano danzante che, tra linee e spirali, sembra realmente un uomo immortalato durante un ballo o un rito propiziatorio, con la testa ornata di piume e i piedi incapaci di star fermi.
Con ogni probabilità, gli uomini che durante il Neolitico abitavano la zona, utilizzavano la grotta come luogo sacro e non come rifugio dalle intemperie. Al suo interno, oltre ai pittogrammi, gli uomini del Gruppo Speleologico Salentino di Maglie avevano trovato anche reperti ammucchiati negli angoli e tante, tantissime terrecotte.

 

L’innalzamento del mare 6000 anni fa

 

Esattamente 6000 anni fa, epoca alla quale corrispondono i pittogrammi, il mare di Porto Badisco raggiunse il livello che tuttora permane: probabilmente, quindi, gli uomini che vivevano nei dintorni, impauriti dall’innalzamento delle acque, non frequentarono più la grotta, il cui ingresso fu chiuso dalla natura stessa.

Si chiuse così la porta della storia, di un pezzo di vita di quegli uomini che nella grotta avevano impresso sogni e istanti, suppliche e divinità.
La grotta non è visitabile, poiché il flusso di gente e i repentini cambi d’aria potrebbero danneggiare le preziose testimonianze.
Per i più curiosi, tuttavia, alcuni reperti sono esposti al Museo della Preistoria di Otranto e al Museo Nazionale di Taranto.

La Grotta dei Cervi di Porto Badisco è, forse, uno dei più fitti misteri della storia del Salento e bisogna continuare a proteggerla, perché le nostre radici non scompaiano dietro al rumoroso ed incessante scorrere del tempo.

 

 

 

Foto di copertina

CC BY-NC 2.0 DEED

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