La storia appesa ai muri: campo n° 34

La storia appesa ai muri: campo n° 34

I profughi ebrei a Santa Maria al Bagno

 

Arrivarono nel Salento come un flusso migratorio, in quel frangente di vita compreso tra l’orrore dell’Olocausto e la speranza di un giorno nuovo: erano i profughi provenienti dall’Europa dell’Est, in particolare ebrei e polacchi miracolosamente scampati ai campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau e Dachau. Alla fine del secondo conflitto mondiale, gli Alleati inglesi e americani tentarono di sollevare dalla sofferenza quanti si erano salvati, portandoli in Italia e facendoli soggiornare fino a quando non sarebbero stati in grado di raggiungere la loro patria. Nacquero così diversi campi di accoglienza, gestiti dall’ UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), in Emilia Romagna, in Lombardia e soprattutto in Puglia.

 

Il paradiso dove ricostruire un’esistenza

 

I rifugiati ebrei  videro nel Salento la via che li avrebbe ricondotti in patria, i soldati polacchi, invece, come un luogo dove poter ricostruire sé stessi, perché molti non possedevano più affetti né beni, e perché altri non accettavano il nuovo governo comunista polacco. Gli ebrei in Italia furono moltissimi, ma si concentrarono maggiormente in Puglia, distribuendosi tra Bari, Santa Maria di Leuca, Tricase, Santa Cesarea e, in particolare, a Santa Maria al Bagno. Gli Alleati, infatti, avevano mirato al Salento non per casualità, ma con ferma decisione, in quanto era un luogo abitato da gente tranquilla e di buon cuore e perché, soprattutto Santa Maria al Bagno con il luccichio delle sue acque trasparenti  e l’eleganza delle ville, risultava ai loro occhi un posto paradisiaco.

 

Campo n° 34

 

Qui, infatti, sorse il campo di transito e accoglienza denominato DISPLACED PERSONS CAMP N°34 , il più importante di tutta la Puglia, lodevole per l’estensione territoriale e per il numero di persone accolte, che tra il ’44 e il ’47 furono più di duemila. Il campo n°34 aveva un’immaginaria forma di pentagono irregolare che comprendeva quasi interamente le marine di Nardò , dove, per accogliere i profughi, furono requisite più di duecento ville, tra Santa Maria al Bagno, Santa Caterina e il parco naturale di Porto Selvaggio. Santa Maria al Bagno era abitata da umili pescatori che, in quel periodo, vedevano con una certa reticenza lo straniero, reduci dalla recente accoglienza data al popolo slavo  che aveva lasciato un triste ricordo del suo passaggio, occupando case e mandandole in rovina.

 

Accoglienza, integrazione e rinascita

 

Poi, rendendosi conto della signorilità dei nuovi arrivati  (molti dei quali erano istruiti e di buona famiglia, nonostante fossero stati momentaneamente annientati dalla guerra ), i salentini provarono un moto di grande simpatia nei loro confronti e così, i profughi diventarono parte integrante della comunità. Grazie a loro, gli abitanti di Santa Maria al Bagno poterono concedersi sfizi fino a quel momento proibiti. Infatti, i beni che l’UNRRA forniva ai profughi divennero presto merce di scambio: la carne in scatola e il cioccolato tanto desiderati dalla gente povera del posto, venivano scambiati con i frutti mediterranei che gli ebrei non conoscevano, come i fichi e i cocomeri, così succosi e profumati di vita e di sole. Tramite loro, il Salento conobbe il bikini, che in quel momento storico risultava impensabile per le donne del posto ancora omologate e legate a una mentalità antica.  Nacquero nuovi posti di lavoro, sorsero botteghe alimentari, una lavanderia e un piccolo negozio di vestiti. Le donne della zona si diedero da fare stirando e rammendando le divise degli ufficiali. Per accogliere questi nuovi profughi, vennero requisite le seconde abitazioni, quelle appartenenti alla nobiltà che risultavano di villeggiatura, dove gli ebrei istituirono l’ospedale, il municipio, la sinagoga, la scuola e le mense. Molte di queste abitazioni si presentavano come ville lussuose, dall’ architettura imponente e il fascino intramontabile, tanto da aver attraversato tempo e storia ed essere chiamate oggi  dimore storiche; dove tra i tanti, i nomi di Villa Saetta, Villa Personè e Villa Fonte fungono da garanzia.

 

Ritrovare la fiducia nel futuro

Santa Maria al Bagno destò gli animi e diede vita ai sentimenti ormai sopiti; molti giovani scoprirono la ricchezza dell’innamoramento e della fiducia reciproca: si celebrarono, infatti, ben quattrocento matrimoni, e nacquero oltre duecento bambini nell’ ospedale di Santa Maria di Leuca. La vita, così preziosa perché strappata alle grinfie della furia nazista, aveva ritrovato la sua primavera e stava portando frutto. Alcuni profughi diventarono, nel tempo, figure di rilievo nella politica dello Stato d’Israele, come Golda Meir e Dov Shilansky.

 

La storia appesa ai muri e i murales di Zvi Miller

 

Ci fu anche un altro profugo speciale, divenuto famoso ai giorni nostri: Zvi Miller, un pittore ebreo rumeno che aveva perso la moglie e i figli nei campi di sterminio, rimanendo completamente solo ad affrontare la vita e la depressione che la guerra gli aveva regalato. Zvi trovò a Santa Maria al Bagno un vecchio casolare rosso che diventò presto compagno dei suoi momenti di solitudine. Qui, durante la sua permanenza, impresse per sempre sui muri ciò che si portava dentro: la speranza di un futuro migliore. I murales, infatti, raffigurano il viaggio degli Ebrei dai campi di concentramento e sterminio alla Terra Promessa, e non manca, come elemento di nota importanza, la stella di David. Questa storia appesa ai muri si può ammirare, oggi, nel prestigioso Museo della Memoria e dell’Accoglienza di Santa Maria al Bagno, dove i murales di Zvi Miller, accuratamente trasferiti e restaurati, sono esposti come testimonianza viva di un pezzo di storia post-bellica ancora poco conosciuta.

 

Riscoprire i sentimenti dopo l’orrore

Il pittore rumeno, durante il suo transito nel Campo n°34, aprì una lavanderia e conobbe una ragazza del posto, Giulia My, che andò a lavorare per lui e di cui il giovane s’innamorò perdutamente. Solo a lei, tra tanta gente, riuscì a confidare quanto orrore avessero visto i suoi occhi, quando con sgomento aveva visto morire la sua famiglia mentre lui, quasi per miracolo, si era salvato. I due innamorati si sposarono e partirono insieme per la Terra Promessa, quel luogo tanto desiderato e agognato il cui pensiero, nei momenti più bui, aveva tenuto in vita migliaia di profughi, nutrendoli di speranza.

 

Un grande esempio per un mondo migliore

 

Santa Maria al Bagno era stato il ponte verso la serenità, quando tra un bagno al mare e uno sguardo al tramonto rosato, tante anime, giorno dopo giorno, erano riuscite a risollevarsi lasciandosi alle spalle o ritrovando quanto avevano creduto perduto. Come ogni sera ogni pescatore lasciava il suo scoglio per tornare a casa, così i profughi lasciarono il Salento per tornare il patria, portando nelle loro valigie una personalità ricostruita, l’odore del mare e la finezza della sabbia, la signorilità del luogo e il calore della gente. Portarono nei loro cuori il vellutato ricordo di chi aveva saputo confortarli, anche solo con uno scambio di sguardi nel silenzio, condividendo la maestosità del mare che tocca il cielo, nella semplice alchimia che accompagna la natura e i sentimenti dell’uomo. I salentini li guardarono andar via, con il nodo in gola di quando si guarda un amico partire, senza sapere quando e se ritornerà. Un legame che ancora oggi incuriosisce e fa sperare in un’umanità migliore e forse nuova, che non conosce odio e che pretende fortemente l’uguaglianza tra le genti. E qui, il visitatore, durante il suo piacevole soggiorno, attraverserà  un intricato percorso tra storia e natura, incontrando ciò che farà sempre parte di noi, in uno spaccato di vita internazionale. Un posto magico dove tutto sembra immobile e ancora possibile.

 

Fonti Bibliografiche:

-Mario Mennonna, EBREI A NARDO`, Congedo Editore,2008;
-Gertrude Goetz, IN SEGNO DI GRATITUDINE, Besa Editrice 2007;
-Samuel Goetz, SENZA VOLTO, Besa Editrice,2009
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Loredana Paglialunga

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